Perché perdere mille euro fa più male di guadagnarne mille
Sentiamo le perdite con un'intensità più che doppia rispetto ai guadagni equivalenti. Una scoperta degli anni Settanta che ha cambiato il modo di costruire portafogli, e prima ancora di capire le persone che li possiedono.
Nel 1979 due psicologi israeliani, Daniel Kahneman e Amos Tversky, pubblicarono un articolo destinato a cambiare per sempre il modo in cui pensiamo alle decisioni economiche. Si intitolava Prospect Theory ed era apparso su Econometrica, una delle riviste più tecniche e meno empatiche della letteratura economica. Conteneva, tra le altre, una scoperta apparentemente semplice. Le persone non danno lo stesso peso ai guadagni e alle perdite. Sentono le perdite circa due volte più intensamente di quanto godano dei guadagni equivalenti.
Tradotto: perdere mille euro non equivale a non guadagnarne mille. Fa molto di più male.
Kahneman, che nel 2002 vinse il Nobel per l'economia, raccontava spesso un esperimento elementare. Immagina di tirare una moneta. Se esce testa perdi cento euro, se esce croce ne guadagni X. Quanto deve essere X perché tu accetti di giocare? La risposta media è duecento, duecentocinquanta. Non centouno. Non centodieci. Servono due euro di guadagno potenziale per ogni euro di perdita potenziale, perché un essere umano normale dica di sì.
Questa asimmetria ha implicazioni profonde su come investiamo, su come gestiamo un patrimonio, su come reagiamo alle oscillazioni dei mercati. Spiega, ad esempio, perché in fasi di volatilità tante persone vendano nel momento peggiore, congelando perdite che sarebbero state solo temporanee. Spiega perché tendiamo a tenere titoli in forte perdita sperando che recuperino, mentre vendiamo troppo presto quelli in guadagno per "mettere al sicuro". Spiega perché il rischio percepito è sistematicamente diverso dal rischio reale.
Nella mia esperienza, l'avversione alle perdite è la prima forza con cui mi confronto in un colloquio. Non è un difetto da correggere, è una caratteristica strutturale del cervello umano, presente in tutti, anche nei più razionali. Il punto non è eliminarla. Il punto è conoscerla, riconoscerla quando si manifesta, e costruire decisioni che ne tengano conto invece di esserne governate inconsapevolmente.
Un piano patrimoniale ben fatto, in questo senso, è anche una forma di protezione da sé stessi. Non perché tratti il cliente come un soggetto fragile, ma perché riconosce che ogni essere umano, in determinati momenti, sotto determinate pressioni, prende decisioni che non avrebbe preso a mente fredda. Il valore di un consulente non è solo costruire una strategia. È esserci nei momenti in cui la strategia rischia di saltare per ragioni che non hanno a che fare con i numeri.
L'avversione alle perdite, in fondo, è una delle ragioni per cui la finanza non sarà mai una scienza esatta. Perché chi prende le decisioni non è un calcolatore neutro. È una persona con una storia, con paure, con un'idea di cosa significhi sentirsi al sicuro. E con un cervello che, su questo, è programmato in un modo molto preciso.